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Nel tepore della serra
Entrare in una serra è accogliente e sicuro, dona un senso di tenerezza e di riparo. E’ qui che tutto comincia nella natura, nella metafora del seme che nel tepore della serra germoglia dando vita a un essere a metà strada tra vegetale e animale, tra pianta e uomo. Il suo passo è dapprima incerto poi sempre più sicuro nel salto dal vaso al pavimento e poi oltre il limite segnato dalle pareti trasparenti di quel piccolo edificio costruito per dare la vita. Ed improvvisamente, la sua generazione, colora lo schermo completamente di verde, il colore della vita che avanza.
Il video però torna subito indietro per soffermarsi sul contenitore, il vaso, da cui la vita si è generata e lascia intravedere sotto le crepe che sfaldano la sua superficie il colore rosso del sangue che ben presto copre e colora anch’esso l’intero schermo. L’iniziale rumoreggiare festoso della natura, con il suono armonico degli uccelli e del fruscio delle foglie, si trasforma in un rumore sordo, ritmato, insistente.
Il dolore è necessario, inevitabile, indispensabile per dare la vita, per dare alla luce la vita umana. Fuor di metafora, evidentemente, la metamorfosi del seme, e poi del germoglio che cresce in forma umana, simboleggia la maternità, il momento in cui la vita si genera per poi rendersi autonoma. Il distacco dalla madre terra, dalla culla accogliente e calda della placenta materna, genera dolore, ma un dolore necessario alla vita.
Così non è per il seme che non germoglia, che rimane imprigionato dalla terra e col tempo è destinato a seccare, come appare nella seconda parte del video. Non c’è dolore, ma un indistinto senso di dolore inespresso nella piccola storia di questo secondo seme che non conoscerà la vita.
Questo è il contenuto di In serra, la video animazione realizzata da Marica Moro con la collaborazione di Mauro Lupone, autore della colonna sonora. Il linguaggio semplice e diretto con cui l’artista ha sempre dialogato nelle sue opere fa da filtro per indagare un tema centrale nella speculazione filosofica: la generazione della vita, il senso dell’esistere e del non essere. Come nelle favole il racconto è chiaro, estremamente comprensibile, ma anche profondamente vero. Nel seme che si fa uomo è la chiave di lettura dell’intero universo, sia per coloro che credono nell’esistenza di Dio, sia per coloro che si affidano all’idea evoluzionista. Ciò che importa e che accomuna le due visioni del mondo è la generazione, si essa frutto della volontà divina, sia il risultato di misteriose combinazioni cosmiche. E la scelta di non “uscire” dalla terra è vista come l’impossibilità di generare vita.
In lavori precedenti l’artista ha indagato il rapporto uomo natura, confrontando la fisicità del corpo umano con quello delle foglie o dei tronchi degli alberi, come nell’installazione di foglie di plexiglas in cui erano racchiuse immagini fotografiche di mani o nelle impronte digitali sovrapposte ai cerchi di tronchi tagliati. In quest’ultimo lavoro l’artista prosegue l’indagine raggiungendo un esito estremo, ancestrale, in cui si perdono i confini tra essere umano ed essere vegetale.
Nonostante l’intimità dell’opera l’artista si serve di tecniche che in un certo senso raffreddano e allontanano la fisicità, evocandola. Il linguaggio con cui Marica Moro si esprime negli ultimi anni obbedisce infatti alla necessità di creare un filtro tra il disegno o la pittura e chi osserva. Nel video, attraverso la proiezione il disegno si anima e viene connotato di tempi preordinati. Anche nelle opere oggettuali l’esecuzione è complessa è costellata da diverse barriere, invisibili perché trasparenti, ma esistenti. Il disegno, innanzitutto, è realizzato in forma digitale, attraverso una tecnica, quindi, che raffredda il tratto della matita: la traccia da cui prende avvio l’opera è filtrata dallo schermo del computer. A tale primo processo Moro fa seguire la sovrapposizione di colore e l’inserimento del foglio in una bolla di plexiglass. Così la superficie piana del foglio viene delimitata dallo spazio fisico, tridimensionale, della bolla che trasforma l’immagine in qualcosa di misterioso e lontano. La distanza reale tra superficie del plexiglass e superficie del foglio infatti viene enfatizzata dalla curvatura della bolla. Allo stesso tempo l’oggetto che ne risulta, che ricorda le trottole o i souvenir, allude al mondo ludico dell’infanzia, a una condizione quindi di azzeramento delle nostre sovrapposizioni culturali. Marica Moro ottiene così un mezzo di comunicazione semplice e diretto che invoglia la nostra curiosità di conoscere e di capire.
Elena Di Raddo