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In serra
Tutti gli artisti che si trovano a lavorare con gli utenti delle Botteghe d’Arte, presso l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, devono fare i conti con la loro capacità immediata di costruire relazioni e di stabilire legami.
In altre parole, l’attitudine maieutica deve essere una delle caratteristiche più spiccate in ogni progetto di cui uno degli scopi da perseguire è quello di riannodare fili linguistici e di significato spezzati.
L’opera di Marica Moro, in tal senso, risponde perfettamente a queste esigenze. Vi risponde non per calcolo strumentale, ma per necessità interna, perché nasce con questa volontà metaforica precisa, che sfiora persino un qualche aspetto didascalico. Il seme che nasce e diventa persona (anche gli esseri umani nascono dal “seme”, con un bel traslato che si perde nella notte dei tempi…), che viene “coltivato” nel vaso, e che poi sfugge anche a quel suo ambiente per andare nel mondo – o al contrario, ne rimane invischiato sino a non poterne più uscire, e a rinsecchire – è una metafora tanto semplice quanto efficace: lo è per chi guarda il risultato finale – un’installazione e un video -, ma lo è soprattutto per chi lo fa, e non si deve dimenticare che questo è anche un lavoro collettivo, per quanto diretto nelle sue linee principali dall’artista. Impossibile, dunque, non chiedersi a quale di queste “creature” si assomigli, se a quelle che riescono a uscire dal vaso – metafora dell’ambiente, dei primi anni, del “brodo di coltura” entro cui tutti vivono la propria infanzia e adolescenza – o a quelle che rimangono prigioniere proprio di quell’ambiente che pure ha contribuito a farti nascere e crescere…ognuno, poi, ha il privilegio – concessogli dall’arte, ma non dalla vita – di “scegliere” il proprio vaso, di decidere entro quali “confini” – rossi, gialli, decorati, azzurri, trasparenti… - crescere. O, nel nostro caso, ricrescere…
Marco Meneguzzo